Il cinema contemporaneo è ricchissimo di pellicole che “osano”, ma nessuna riesce a farlo come “Birdman o (Le imprevedibili virtù dell’ignoranza)“. In alcuni film vengono adoperate delle soluzioni registiche alternative, oppure si fanno scelte attoriali fuori dal comune. Con “Birdman” invece, lungometraggio che si discosta dalle produzioni del proprio tempo per creatività, fotografia e recitazione, si raggiunge un nuovo livello di audacia cinematografica. Difatti, attraverso un introspettivo racconto metafilmico, scandito da uno sfondo teatrale e da turbolente relazioni umane, si delinea un’opera ipercomplessa che rimane un simbolo del cinema odierno, nonostante sia uscita oltre dieci anni fa.
La pellicola si distacca perfino dallo stile del suo stesso regista, Alejandro González Iñárritu. Dopo capolavori quali “Amores Perros” e “Babel”, il cineasta messicano ha infatti preso le distanze dal suo modus operandi fortemente drammatico, dando vita ad un magnetico prodotto in piano sequenza, senza allontanarsi però dalla propria chiave artistica estremamente profonda.
Il film del 2014, caratterizzato da una trama con più filoni narrativi che si intrecciano, descrive gli ultimi giorni di prova prima della messa in scena dello spettacolo teatrale su “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore” di Raymond Carver. Il racconto drammatico viene riadattato dal protagonista della storia, interpretato da Michael Keaton, Riggan Thomson. Egli, celebrità riconosciuta per moltissimo tempo come il supereroe degli anni ’90 Birdman, è ormai lontano dai riflettori e ricerca la notorietà hollywoodiana che ha ormai perduto assumendo un rischio professionale. A complicare la produzione dello spettacolo insorgono però parecchie problematiche. In primo luogo vi sono i numerosi personaggi secondari del lungometraggio, dalla figlia ex tossicodipendente di Riggan, Sam, all’attore Mike Shiner, che darà parecchio filo da torcere alla troupe. Inoltre, la difficoltà che più influisce è la condizione mentale del protagonista, ormai perso in uno stato psicotico e convinto di essere quell’eroe che lo ha reso tanto famoso, Birdman. Per tutta la durata del film, infatti, nella mente di quest’ultimo risuonano – accompagnati dalla coinvolgente batteria di Antonio Sánchez – gli assordanti giudizi del supereroe. Riggan, riconosciuto da tutti solo grazie a quel personaggio che ha per anni cercato di togliersi di dosso, immagina di avere poteri ed altre abilità soprannaturali, proprio come se fosse in un cinecomic.
È dunque da questo particolare che si inizia a dar forma al “metacinema” della pellicola, poiché il protagonista non incarna un personaggio casuale, bensì cucito proprio sulla sua pelle. Keaton è un attore che non necessita di alcuna presentazione, riconosciuto per oltre vent’anni grazie al suo Batman nei film di Tim Burton. Dopo queste produzioni però, si è sempre più allontanato dalle scene, dedicandosi a pochissimi ruoli, tutti poco famosi. Quindi la scelta del ruolo di “Birdman” si rifà appunto alla sua storia, alla propria evoluzione come celebrità ed al successivo declino. Effettivamente ad Iñárritu piace giocare in questo modo con gli attori dei suoi film, superando spesso le barriere cinematografiche attraverso le quali siamo abituati a concepire gli interpreti. Ricordiamo ad esempio il lungometraggio “Revenant”, in cui Leonardo DiCaprio visse rischiosamente durante le riprese; o “Digger”, il suo progetto più recente, in cui Tom Cruise invece di dedicarsi a stunt e scene d’azione, è un anziano e burbero magnate del petrolio.
Il risultato più riuscito finora però rimane quello raggiunto con “Birdman”, in cui è impossibile non vedere la correlazione fra Keaton e la sua controparte Thomson.
L’attore mette in scena non solo la miglior interpretazione della sua carriera, ma uno dei più singolari ed introspettivi lavori di recitazione degli ultimi anni.
Il ruolo di Michael Keaton non è così struggente solo per la sua bravura, bensì per la rilevanza che assume sullo sfondo cinematografico attuale. Come nella pellicola di Iñárritu tanti interpreti sono ormai risucchiati da vecchi ruoli famosi, supereroistici o meno, e cercano di distanziarsi da tali etichette con nuove prove attoriali. Così, con “Birdman” si scava a fondo nella Hollywood degli anni 2010 e 2020, in cui tanti per il guadagno o la temporanea notorietà si danno a produzioni commerciali senz’anima. Ciò non è un fatto del tutto negativo, ma può avvenire che, com’è accaduto con Riggan Thomson/Michael Keaton, il pubblico tenda a non considerare più gli interpreti come attori in carne ed ossa, al contrario come personaggi banali, semplici caricature.
Così si definisce uno dei nuclei tematici del film, il sottile confine, che Riggan tenta di superare, fra arte e successo, fra – come viene detto nella pellicola dalla critica Dickinson – l’essere attori ed essere delle celebrità.
“Birdman” però, non seguendo un unico filone concettuale, si sofferma anche sull’egocentrismo del protagonista in contrapposizione al giudizio altrui.
Riggan, dimenticato dal pubblico e dalla critica nazionale, ne vede una definizione della sua persona. Il suo ego è scisso, come suggerito dal regista ed anche dal direttore della fotografia Emmanuel Lubezki. La presenza continua di simboli su schermo, che in altre produzioni di Iñárritu sembrano quasi indefinibili, qui si rifanno in modo diretto alla personalità dell’attore. Spesso appaiono due immagini: una raffigurante una cometa, ed un’altra alcune meduse morte su una spiaggia.
Tali fotogrammi definiscono il saliscendi dell’egocentrismo di Thomson, che passa dal sentirsi invincibile, quasi inarrestabile come un asteroide, al non avere alcun scampo, come se fosse una medusa stecchita.
L’incomprensione della propria persona da parte di Riggan si proietta inoltre nelle sue numerose difficoltà relazionali. L’interprete di Birdman, purtroppo, confonde – come detto dall’ex moglie – l’amore con l’ammirazione. Potremmo quasi affermare che l’intero lungometraggio attinga a questa affermazione, dato che il non percepire affetto concreto dagli altri rende la condizione di Thomson tanto complessa quanto straziante.
Il tema dell’amore/ammirazione è onnipresente nella pellicola, in primo luogo con la citazione d’apertura presa dagli ultimi scritti di Raymond Carver, in cui l’autore ammette di aver desiderato per tutta la sua vita l’appagante amore altrui. Anche la scelta dello spettacolo su “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore” non è per nulla casuale. A questa riflessione si aggiunge il bigliettino nel camerino del protagonista con scritto “Una cosa è una cosa, non ciò che si dice di quella cosa”. Tutti questi particolari definiscono perfettamente il giudizio che Riggan sente sulle sue spalle e l’ambiguità interpersonale che lo perseguita davanti a qualsiasi soggetto, che sia un fan, un critico o un familiare.
L’ego dell’ex interprete di Birdman è ormai schiacciato dal giudizio altrui; l’incapacità di percepire autentici rapporti umani lo conduce così a concentrarsi esclusivamente sul successo e sulla propria evoluzione personale.
Il sé confusionario del protagonista viene inoltre definito impeccabilmente dal punto di vista registico. Iñárritu, difatti, attraverso l’unione fra fotografia ipnotica e musica assordante, cattura lo spettatore conducendolo direttamente nella mente di Riggan.
Per quanto riguarda il reparto fotografico, il direttore è stato l’impeccabile Emmanuel Lubezki, il quale vinse l’Oscar alla miglior fotografia proprio per questo film. Vengono messi in atto lunghissimi piani sequenza, ossia delle riprese senza alcuno stacco. La tecnica molto complessa, utilizzata da grandissimi nomi del cinema come Alfred Hitchcock, viene adoperata con alcuni escamotage per rendere il tutto fluido ed ininterrotto, anche se sono stati fatti alcuni stacchi “fantasma”. Da ricordare poi vi è la meravigliosa colonna sonora di Antonio Sánchez, costituita solamente da assoli di batteria, che definiscono in modo magistrale il nervosismo e la confusione di Thomson.
L’unione di questi due elementi tiene lo spettatore attaccato allo schermo, trascinandolo in una spirale ascendente degli eventi. Quando Riggan è in scena, il suo frammentario ego è preponderante, distogliendo l’attenzione da altri particolari e riuscendo a trasportare il pubblico attraverso la sua visione alterata degli eventi.
La bravura di Iñárritu sta altresì nel saper trasporre dei personaggi secondari ben caratterizzati nonostante la figura centrale del lungometraggio sia Michael Keaton. Grazie a delle ottime interpretazioni, sono parecchi i ruoli degni di nota. Bisogna menzionare ovviamente Sam, interpretata ottimamente da Emma Stone, la quale regala al pubblico la sua prima grande performance drammatica. Ella è fondamentale per la caratterizzazione del personaggio di Riggan, dimostrando la sua incapacità nell’essere genitore. Quella fra Thomson e la figlia è la relazione più riuscitadell’intera pellicola, infatti più volte, entrambi si mettono a nudo mostrando le fragilità personali ed arricchendo la propria figura.
Dopo Keaton però, l’interprete più bravo del lungometraggio è Edward Norton, che regala il suo miglior ruolo del decennio. Impersonando il narcisista Mike Shiner, sicuro di sé ed apprezzato dalla critica, incarna non solo l’esatto opposto di Riggan, bensì una controparte di sé stesso. Grazie a Shiner si consolida l’aspetto metafilmico della pellicola, che, in ultima analisi, è caratterizzata da più attori che danno volto al proprio vero io.
Per quanto riguarda invece il finale di libera interpretazione, esso è un aspetto conclusivo del film su cui bisogna soffermarsi parecchio.
Dopo il susseguirsi dei numerosi eventi presenti nel lungometraggio, Riggan Thomson, disperato e privo di alcuna lucidità, durante la prima del suo spettacolo tenta il suicidio, “sparandosi via il naso” dalla faccia, ma senza uccidersi. Scampato alla morte, in ospedale l’attore è circondato dall’ex moglie Sylvia, dal migliore amico Jake e dalla figlia, i quali raccontano dell’entusiasmo di pubblico e critica in seguito allo spettacolo, ritenuto un enorme successo. Sembrerebbe quindi che Riggan si sia riscattato una volta per tutte, ma, poco dopo, rimasto solo, si accosta alla finestra, come se stesse ritentando il suicidio. Successivamente Sam entra nella stanza, ma, non trovando il padre, si affaccia fuori, iniziando da un momento all’altro a ridere incredula dell’accaduto.
Nessuno fra Keaton, Lubezki e Iñárritu ha definito concretamente cosa sia avvenuto in quest’ultima scena, ma, analizzandola, si può formulare un’interpretazione personale. Negli ultimi momenti del film Riggan sembrerebbe finalmente sollevato, difatti ha raggiunto il proprio obiettivo: sente finalmente l’amore da parte dei suoi cari e l’ammirazione dei fan. Nella scena in cui poi, si è tolto delle bende facciali che gli coprivano il viso, garze che “casualmente” sembravano raffigurare la maschera di Birdman, l’attore si è metaforicamente distaccato dal suo personaggio. Ciononostante, come se nulla fosse cambiato, girandosi rivede la figura del supereroe. Potremmo dedurre quindi che nulla si sia concretamente risolto nella mente del protagonista, e quindi, preso dallo sgomento, decida di farla finita. La figlia Sam però, entrata nella stanza, non vedendo il padre e capendo il suo gesto, non lo immagina deceduto, bensì se lo figura come se fosse volato via dalla finestra in libertà. In questa lettura, Riggan, ormai distaccato da tutto ciò che lo ha condotto alla propria confusione mentale, potrebbe aver trovato nel suicidio una metaforica liberazione dalla sua condizione.
Questa è naturalmente un’interpretazione personale, ma attraverso un occhio poetico, tipico d’altronde del cinema di Iñárritu, non si può non immaginare che gli eventi siano andati realmente così.
In conclusione, non c’è alcun bisogno di affermare quanto “Birdman o (Le imprevedibili virtù dell’ignoranza)” sia un lungometraggio metafilmico da non perdere. Una pellicola che riesce a colpire nel segno, facendo ridere e piangere lo spettatore, tenendolo sempre incollato allo schermo con un sottofondo musicale frenetico e con dei fotogrammi incantevoli. L’aspetto però che più bisognerebbe menzionare, oltre che la complessità stessa del film, è la sua godibilità. Molti hanno definito il prodotto di Iñárritu come un’opera egocentrica, fatta solo per attirare premi – tutti comunque vinti meritatamente – e farsi notare dalla critica, ma non è così. “Birdman” è una pellicola che nella sua unicità, grazie all’unione di generi diversi ed alla messa in scena di tante problematiche cinematografiche attuali, riesce a divenire un prodotto irripetibile, di cui, senza dubbio, bisognerebbe parlare più spesso.
